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La contabilità nazionale

1.1 Il Pil

La grandezza fondamentale della Macroeconomia è il PIL. Il PIL è il valore di mercato di tutti i beni e servizi finali prodotti in un paese in un dato periodo di tempo. Chiariamo i vari termini che entrano in questa definizione:

- valore di mercato: i beni e i servizi che entrano nel PIL sono valutatiai prezzi di mercato (correnti), cioè ai prezzi a cui vengono effettivamentevenduti;
- tutti: meno quelli prodotti e venduti illegalmente; meno quelli prodotti econsumati all’interno delle famiglie;
- finali: la farina è un bene finale se venduta come farina; un bene intermediose venduta al panettiere per fare il pane. In questo caso il valore della farina è incorporato nel valore del pane;
- prodotti: il PIL misura il valore dei beni e servizi prodotti in un anno, non le transazioni di un anno; così le auto nuove che vengono vendute e acquistate fanno parte del PIL in quanto prodotte nell’ anno, mentre la compravendita di auto usate non è registrata nel PIL;
- in un paese: il PIL misura ciò che è prodotto in Italia, non ciò che è prodotto da Italiani. Gli italiani possono anche produrre all’estero, mentre in Italia possono produrre anche soggetti stranieri. Il PIL include ciò che è prodotto da soggetti esteri in Italia ed esclude ciò che è prodotto da soggetti italiani all’ estero. Un esempio è utile a chiarire il concetto: Si supponga che in un’economia esistano due sole imprese. La prima produce farina (mugnaio) per un valore complessivo di $ 50, impiegando lavoro, al quale paga salari pari a $ 10 e la seconda (fornaio) produce pane per un valore pari a $ 100, impiegando farina per un valore di $ 10 e lavoro, al quale paga salari pari a $= 40. Qual’è il PIL di questa economia? Non è il valore complessivo della produzione ($=50+100=150) perché 10 $= di farina sono consumati nella produzione di pane; quindi non sono beni finali. Il PIL sarà dunque pari a $:
PIL = 50 + (100 - 10) = 140
Implicitamente, abbiamo calcolato il PIL utilizzando un metodo che viene chiamato: metodo del valore aggiunto. Il valore aggiunto da un’impresa alla produzione è pari al valore della sua produzione al netto del valore dei beni intermedi utilizzati nella produzione. Nel nostro esempio il mugnaio non utilizza beni intermedi; quindi il valore netto della sua produzione coincide con il valore lordo: $ 50. Il fornaio, viceversa, impiega $ 10 di farina; quindi il valore netto della sua produzione è pari $ 100-10=90.Un altro metodo per calcolare il PIL è il metodo del reddito. Infatti, la differenza tra valore della produzione e valore dei beni intermedi in ogni impresa non può che andare a remunerare i lavoratori (salari), al pagamento di imposte indirette, a profitto dell’impresa (distribuito o meno agliazionisti). Nel nostro esempio non ci sono imposte indirette e quindi la differenza in questione non può che essere pari ai salari più i profitti: PIL = Reddito = Salari + Profitti = (10 + 40) + (40 + 50) = 140. Nel nostro esempio il reddito da lavoro rappresenta il 35,71% del PIL ( 50/140 · 100), mentre il reddito da capitale rappresenta il 64,29% ( 90/140 · 100).

1.2 Pil, reddito e spesa

Nel precedente paragrafo si è visto che il PIL può essere misurato con ilmetodo del valore aggiunto e con il metodo del reddito. Ma il PIL può essere calcolato anche con il metodo della spesa. Nell’ economia semplificata descritta sopra (quella con famiglie e due imprese, mugnaio e fornaio) abbiamo che la spesa per beni finali è costituita esclusivamente da spesa per consumi, pari a $ 40 (spesa delle famiglie per la farina) + $ 100 (spesa delle famiglie per il pane). La spesa di $ 10 per l’acquisto di farina da parte del mugnaio non rientra né tra le spese di consumo delle famiglie, né tra le spese di investimento del fornaio, in quanto la farina non costituisce un bene durevole ma è interamente utilizzata nella produzione di una anno. Con il metodo della spesa avremo quindi: PIL = 40 + 100 = 140
Detto altrimenti: poiché il PIL registra solo il valore dei beni e servizifinali e poiché questi ultimi sono, nel nostro esempio, solo beni di consumo, il valore della spesa non potrà che essere pari al valore dei beni di consumo. Naturalmente, nelle economie reali la spesa non è costituita solo da quella per consumi delle famiglie, anche se essa fa la parte del leone (in Italia supera il 60% del PIL, negli USA è vicina al 70%).Alla spesa per consumi delle famiglie bisogna aggiungere la spesa per benidi investimento, effettuata dalle imprese per l’acquisto di nuovi macchianri e impianti e dalle famiglie e dalle imprese per nuovi immobili (l’ acquisto di vecchi immobili non è una spesa registrata nel PIL, ma rappresenta un impiego della ricchezza di famiglie e imprese). A questi investimentifissi vanno aggiunti i cosiddetti investimenti in scorte, nei quali sono compresi tutti i beni non venduti nell’ anno in corso e collocati nei magazzini delle aziende. In questo caso si parla di investimenti perché è come se le aziende “acquistassero” oggi una produzione per venderla negli anni successivi, indipendentemente dalla circostanza che tali “acquisti” siano o meno volontari, cioè che le scorte si accumulino programmaticamente o perché le previsioni di vendita non si sono realizzate. Quando la produzione corrente è inferiore alle vendite correnti, le scorte si riducono: l’ investimento in scorte è negativo. Così negli investimenti in scorte si registrano, effettivamente, le variazioni delle scorte. Altra componente della spesa è la spesa pubblica per i beni in uso pressola Pubblica amministrazione (Stato, Regioni, Comuni, istituti della previdenza obbligatoria, quali Inps, Inpdap ecc.), nonché per i servizi da questa acquistati, ivi compresi, ovviamente, quelli forniti dai dipendenti della Pubblica amministrazione stessa (il cui valore è rappresentato dai loro stipendi). Nella spesa pubblica, in questo senso, non rientrano i trasferimenti che atitolo diverso dallo stipendio ai pubblici dipendenti la PA concede ogni anno alle famiglie (sussidi di disoccupazione, pensioni, ecc.), poiché tali sussidi e trasferimenti non costituiscono immediatamente acquisto di benie servizi. Tuttavia, essi rappresentano uscite per la PA e come tali sono contabilizzate nel bilancio pubblico.A tali spese nazionali (cioè compiute da soggetti residenti per l’acquisto di beni e servizi prodotti nel paese) vanno aggiunte le spese compiute da soggetti esteri per l’acquisto di beni e servizi prodotti nel paese: le esportazioni; mentre vanno sottratte le spese dei soggetti nazionali (famiglie, imprese e PA) per l’ acquisto di prodotti esteri: le importazioni. In pratica, dunque la voce di spesa che conta è il saldo commerciale (differenzatra esportazioni e importazioni), per il quale si usa spesso l’espressione esportazioni nette. Una semplicissima formula riassume tutto ciò:

Y = C + I + G + X

Y = PIL
C=SPESA PER CONSUMI PRIVATI
I=SPESA PER INVESTIMENTI PRIVATI IN BENI DUREVOLI +VARIAZIONI DELLE SCORTE
G=ACQUISTI PUBBLICI
X=ESPORTAZIONI NETTE=E-Z
E=ESPORTAZIONI
Z=IMPORTAZIONI
Abbiamo visto sopra che il PIL può essere misurato con il metodo del reddito e quindi è identicamente uguale alla somma di tutti i redditi. Possiamo avere due casi: (i) tutti i profitti sono distribuiti (via dividendi azionari) alle famiglie; (ii) una parte dei profitti non viene distribuita, ma trattenuta dalle imprese per finanziare direttamente gli investimenti. Nel primo caso, il reddito che è effettivamente disponibile per gli usi decisi dalle famiglie è tutto il reddito prodotto. Nel secondo caso, vanno subito sottratti i profitti non distribuiti dalle imprese, che possiamo anche considerare risparmio di impresa. In entrambi i casi vanno aggiunti i trasferimenti alle famiglie, ma vanno immediatamente sottratte le imposte dirette e indirette, nonché i contributi sociali obbligatori (per esempio, i contributi pensionistici) versati alla PA. Nel primo caso la formula per il reddito disponibile sarà:

YD = Y + T R - T (1.2)

YD= REDDITO DISPONIBILE
TR=TRASFERIMENTI
T=IMPOSTE + CONTRIBUTI SOCIALI
Nel secondo caso, invece avremo:

YD = Y - Sf + T R - T (1.3)
dove Sf rappresenta il profitto non distribuito ovvero il risparmio di impresa. Una volta che abbiamo il reddito disponibile delle famiglie possiamo suddividerlo nei due modi in cui le famiglie possono impiegarlo, cioè per consumi e per risparmi. Nel caso (i) abbiamo:
Y + T R - T = C + S (1.4)
C=CONSUMO
S=RISPARMIO
Nel caso (ii), invece, dovremo distinguere in prima battuta tra risparmio delle famiglie (che indicheremo con Sh) e il già indicato risparmio delle imprese (Sf ):

Y - Sf + T R - T = C + Sh
È però sufficiente portare Sf a destra, sommarlo a Sh e indicare la somma con S per ottenere nuovamente la (1.4). Ora S starà a indicare il risparmio privato complessivo e non più il risparmio delle famiglie. A livello aggregato perde importanza sapere quali siano i soggetti privati che contribuiscono al risparmio. Uguagliando le espressioni (1.2) e (1.4) otteniamo:
C + S = Y D = Y + T R - T
da cui:
C = Y D - S = Y + T R - T - S (1.5)
sostituendo C nella definizione del PIL (1.1) con l’ espressione a destra nella(1.5), otteniamo:
Y = Y + T R - T - S + I + G + NX
quindi:
S = I + (G + T R - T) + NX (1.6)
dove con (G+T R-T) = DB indichiamo il disavanzo del bilancio pubblico. Da quest’ultima espressione ricaviamo un’informazione importante e cioè che il risparmio privato finanzia tanto le spese di investimento delle imprese, quanto il disavanzo pubblico quanto le esportazioni nette. Abbiamo già detto che X = E - Z. Riscrivendo la (1.6) con E - Z al posto di X eportando Z al primo membro, otteniamo:
S + Z = I + (G + T R - T) + E. A sinistra nell’ identità troviamo le risorse, costituite dal risparmio nazionale più le importazioni, mentre a destra troviamo gli impieghi, investimenti privati interni, disavanzo pubblico ed esportazioni. Quanto detto poche righe fa dovrebbe rendere chiaro il motivo per cui chiamiamo S + Z le risorse e I + (G + T R - T) + E gli impieghi. IL PIL E’ UNA BUONA MISURA DEL BENESSERE ECONOMICO? Il PIL non misura la salute dei cittadini, ma paesi con un PIL elevato possono per mettersi miglior assistenza sanitaria. Il PIL non misura la qualità dell’istruzione, ma paesi con PIL più elevato hanno generalmente istruzione di qualità più elevata. D’altra partre la crescita del PIL può comportare una riduzione del tempo libero, della qualità dell’ambiente e non comprende le attività svolte all’interno della famiglia. Quindi il PIL è solo una misura approssimativa del benessere di un paese, ma si tratta di un’approssimazione accettabile e, di fatto, accettata.

1.3 Pil reale e Pil nominale

Quando si fanno confronti tra i PIL di anni diversi, ciò che interessa è, separare le variazioni dovute a cambiamenti dei prezzi dalle variazioni dovute a cambiamenti nelle quantità prodotte. A questo fine, quindi, non ha molto senso confrontare i PIL espressi ai valori di mercato correnti in ciascun anno. Tali valori, infatti, cambiano anche perché cambiano i prezzi. Si rivela perciò necessario valutare i PIL di anni diversi con i prezzi di un solo anno (detto anno base). Possiamo allora definire il:
PIL NOMINALE AL TEMPO T:
PtYt= sommatoria (ptiyti) (1.7) che misura il valore monetario corrente della produzione aggregata nell’anno t. Analogamente, definiamo il PIL REALE AL TEMPO T:
P0Yt =sommatoria (p0iyti) (1.8) che misura la produzione aggregata dell’anno t a prezzi costanti, quelli dell’anno 0. Per studiare la crescita economica, si guarda all’ andamento nel tempo del PIL reale. Il tasso percentuale di crescita tra l’anno t - n e l’anno t sarà espresso da: (P0Yt - P0Yt-n/P0Yt-n) · 100 dove tanto il PIL dell’anno t quanto quello dell’ anno t - n sono espressi nei prezzi dell’ anno base. Naturalmente, l’anno base si può far coincidere con l’anno t - n. In questo caso. Facendo il rapporto PIL nominale e PIL reale, otteniamo il DEFLATOREDEL PIL che misura la variazione del prezzo della produzione aggregata tra l’anno base e l’anno t. Tutto ciò appare assai semplice, ma in effetti non lo è, perché la composizione “fisica” del PIL cambia nel tempo: nuovi beni eservizi entrano in produzione e altri ne escono. Molti beni, grazie al progresso tecnologico e al cambiamento dei gusti, cambiano di “contenuto”. Le automobili di oggi hanno contenuti tecnologici incomparabili con quelli delle automobili di 40 anni fa, e il loro prezzo di oggi dipende anche da questi maggiori contenuti. Dire che il prezzo di un’automobile è variato in 40 anni dell’x% non è certo preciso, poiché l’auto di oggi è quasi un altro bene rispetto all’auto di 40 anni fa. Il deflatore del PIL non è altro che un numero indice dei prezzi. Da esso non si ricava esattamente il tasso di inflazione. Quest’ ultimo, infatti, viene in genere misurato con la variazione dell’indice dei prezzi al consumo (IPC). La differenza tra IPC e deflatore del PIL risiede nel fatto che non tutti i beni e servizi registrati nel PIL entrano a far parte del paniere dei consumi delle famiglie, o vi entrano in proporzioni diverse da quelle concui entrano nel PIL. Inoltre, i consumi contengono anche beni importati, che quindi non sono prodotti all’interno del paese e non sono registrati nel PIL. Quando i prezzi dei beni importati variano in modo molto differente rispetto ai prezzi interni, deflatore del PIL e IPC divergono. Al contrario,quando tali variazioni sono uniformi, i due indici appaiono allineati.

1.4 Altre misure del reddito macroeconomico

Il PIL non è l’unica misura del “prodotto” o del “reddito” macroeconomico. Come siè già detto, esso include i redditi guadagnati in un certo paese (l’Italia, per esempio) dai residenti esteri ma esclude i redditi dei cittadini italiani ma guadagnati all’estero. Se al PIL sommiamo i redditi netti dall’estero - cioè il saldo tra redditi dei cittadini italiani all’estero e redditi esteri in Italia - otteniamo il prodotto nazionale lordo o PNL:
PNL = PIL + redditi netti dall’estero. In paesi molto grandi, come gli USA o l’ Unione Europea la differenza tra PIL e PNL è minima (3%-4%), perché i redditi dei residenti all’estero sono di dimensione molto simile a quella dei redditi degli stranieri all’ interno di tali paesi. Per paesi più piccoli i due valori possono essere molto diversi. Si pensi al caso di paesi caratterizzati da forte emigrazione e scarsa immigrazione, dove poche sono le imprese estere che stabiliscono colà i propri impianti. Per simili paesi avremo un PNL significamente più grande del PIL. Al contrario, paesi caratterizzati da consistente immigrazione e da una forte capacità di attrarre imprese estere avranno un PIL ben maggiore del PNL. È adesso venuto il momento di spiegare il significato dell’aggettivo “lordo” che compare tanto nel PIL quanto nel PNL. Esso sta a indicare che il valore della produzione (interna o nazionale che sia) viene calcolata al lordo degli ammortamenti, cioè di quelle spese che sono volte a reintegrare il capitale che annualmente si logora (e quindi perde valore) nei processi produttivi. Gli ammortamenti rappresentano una stima della perdita di valore dello stock di capitale nel corso di un anno e perciò vengono anche chiamati consumo di capitale fisso. Sottraendo al PNL gli ammortamenti otteniamo una misura della produzione al netto di tali consumi di capitale fisso: una misura che si chiama prodotto nazionale netto o PNN: PNN = PNL - ammortamenti Considerato che gli ammortamenti variano da una quota del 7% a una del 10% del PNL, il PNN rappresenta dal 90% al 93% del PNL. Infine, bisogna tenere conto del fatto che le imposte che incassa la Pubblica Amministrazione sono di due tipi: le imposte dirette e le imposte indirette. Le prime colpiscono tutti i redditi, da lavoro, da impresa o finanziari, con aliquote (percentuali) variabili secondo regole fissate nelle leggi tributarie. Le seconde, invece, si pagano quando si effettuano transazioni. Per esempio, ogni volta che compriamo un litro di benzina paghiamo 1$, ma al gestore della pompa di benzina rimangono circa 45 centesimi; i restanti 55 sono “accise” sui carburanti, cioè imposte indirette che incassa lo Stato (l’IVA o imposta sul valore aggiunto è un altro esempio di imposta indiretta che grava su tutte le transazioni). Vi è quindi una differenza consistente,almeno in questo caso, tra ciò che il consumatore paga e ciò che l’impresa incassa. Poiché tale differenza non è percepita dall’impresa essa non può fare parte dei redditi che l’impresa stessa distribuisce. D’altra parte, la Pubblica amministrazione può sussidiare i prezzi di alcuni prodotti di cui vuole incoraggiare il consumo. In questo caso il prezzo percepito dal produttore è maggiore di quello pagato dai consumatori e la differenza tra i due(ovviamente moltiplicata per la quantità) costituisce reddito distribuibile dall’impresa. Insomma, per avere una misura corretta del reddito nazionale o RNL, al PNL dobbiamo sottrarre le imposte indirette e sommare i contributi alla produzione: RNL = PNL - imposte indirette + contributi alla produzione. Naturalmente, se al reddito nazionale lordo sottraiamo gli ammortamenti, otteniamo il reddito nazionale netto o RNN: RNN = RNL - ammortamenti. E' utile conoscerle soprattutto per interpretare correttamente le cifre che si leggono sui giornali o che vengono “strillate” in televisione e per effettuare i confronti (temporali o tra paesi) utilizzando variabili omogenee.

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