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Domanda e offerta aggregata nel lungo periodo II

Mercato dei beni imperfetto

Presentiamo qui di seguito il modello AD-AS nel lungo periodo sostituendo l’ipotesi di concorrenza perfetta utilizzata nel capitolo precedente con quella di concorrenza imperfetta. Studieremo, quindi, un economia in cui gli operatori (imprese e lavoratori) sono dotati di un certo potere di mercato nella determinazione dei prezzi e dei salari. Ovviamente la concorrenza imperfetta descrive una situazione, a un tempo, più generale e più realistica rispetto alla concorrenza perfetta. Quest’ultima, infatti, presuppone che nessun soggetto sia in grado di influire sugli esiti di mercato, tanto che tali esiti non verrebbero modificati se un qualsiasi soggetto non operasse, cioè se sottraessimo dal novero delle imprese o dei lavoratori un qualsiasi elemento. In generale, però una condizione così restrittiva non si verifica mai. Provate a togliere dal mercato dell’automobile italiano o europeo una impresa come la Volkswagen o come la Fiat o provate a togliere dal mercato del lavoro italiano un sindacato come la Cisl o la Cgil: i risultati che si otterebbero sui mercati in assenza di operatori di tale calibro non sarebbero certo gli stessi che si ottengono in loro presenza. Dalla Microeconomia è noto che le imperfezioni dei mercati dei beni determinano delle “perdite di benessere sociale”, ovvero che i maggiori profitti ottenuti dalle imprese monopoliste sono più che compensati dalle perdite di “surplus del consumatore”. L’analisi macroeconomica della concorrenza imperfetta, estesa anche al mercato del lavoro, ci consente di vedere come tali perdite di benessere si allarghino a livello collettivo. Possiamo così sintetizzare i principali risultati che emergono dallo studio della macroeconomia della concorrenza imperfetta: 1) l’equilibrio di lungo periodo sarà caratterizzato- a parità di tecnologia e di preferenze dei lavoratori - da un tasso di disoccupazione più elevato e da un livello di produzione aggregata inferiore; 2) rimarrà la completa ininfluenza della domanda aggregata sulle variabili reali (PIL, occupazione e salario reale). Dalla Microeconomia sappiamo che, in concorrenza imperfetta, il prezzo sarà fissato dalle imprese con un mark-up sui costi marginali. Tale mark-up sarà in generale collegato all’elasticità della domanda. In particolare, tanto maggiore è l’elasticità della domanda e tanto minore è il “ricarico”, cioè il mark-up che le imprese sono in grado di far pagare ai consumatori. Il mark-up sarà dunque inversamente correlato all’elasticità della domanda. Possiamo supporre che l’unico bene prodotto nella nostra economia, il PIL, sia prodotto da un’unica impresa monopolista.


Mercato del lavoro imperfetto

Finora abbiamo assunto che l’offerta di lavoro fosse quella derivata nel caso di mercato perfettamente concorrenziale. Dobbiamo adesso vedere quali sono le conseguenze delle imperfezioni sul mercato del lavoro. In primo luogo esaminiamo la presenza di potere di mercato da parte dei lavoratori.

Il sindacato e il salario contrattato

Il sindacato nasce come organizzazione per la difesa degli interessi dei lavoratori, nei confronti degli imprenditori, particolarmente quando questi godono di posizioni monopolistiche, per cui possono pagare salari inferiori al prodotto marginale del lavoro. Il sindacato si presenta come un “cartello dei lavoratori”, protetto da una legislazione che impedisce alle imprese di aggirarlo e che tutela il diritto di sciopero. Se i lavoratori non possono essere assunti a un salario inferiore a quello contrattato (cioè in assenza di underbidding), le imprese assumeranno solo gli iscritti al sindacato, con retribuzioni più elevate di quelle che si affermerebbero in un mercato concorrenziale. I non iscritti o restano disoccupati o vanno in posti non sindacalizzati dove i salaridi minuiscono.Qui di seguito, per semplicità, assumeremo che l’unica alternativa al lavoro remunerato secondo quanto contrattato dai sindacati sia la disoccupazione. I sindacati contrattano i salari cercando di otterere il meglio per i proprio iscritti. La forza del sindacato è tanto maggiore quanti più sono i suoi iscritti e quanto più basso è il tasso di disoccupazione. I sussidi di disoccupazione, da un lato, hanno l’effetto di rendere più sopportabile la disoccupazione e sono buoni “ammortizzatori sociali” per la disocupazione temporanea; servono quindi a dare flessibilità al mercato del lavoro. Ma sussidi molto alti e “incodizionati” prolungano la durata della disoccupazione e possono portare alla cosiddetta “trappola della povertà”, cioè a una situazione in cui alcuni lavoratori preferiscono non accettare un lavoro e continuare a vivere con il sussidio di disoccupazione. Così perdono la possibilità di avviare una carriera lavorativa capace di portarli a redditi più elevati: rimangono, appunto, intrappolati nella povertà. D’altra parte, i sussidi offrono ai disoccupati la possibilità di rifiutare offerte che ritengono inadeguate e di continuare a cercare un lavoro migliore.


Salari di efficienza

Alla base della teoria dei salari di efficienza c’è una semplice intuizione economica: non esiste alcuna certezza che il lavoratore effettui prestazioni lavorative e profonda sforzo nella misura desiderabile da parte dell’impresa. È quindi la stessa impresa a non avere convenienza a pagare di meno i propri occupati, pena una riduzione dello sforzo erogato e dell’output prodotto. I disoccupati potrebbero essere disposti a lavorare ad un salario inferiore a quello corrente, ma questa azione di giuoco al ribasso (underbidding) non sarebbe accettabile. Le imprese stesse sarebbero infatti contrarie ad una riduzione salariale che porterebbe ad un minore impegno dei lavoratori e finirebbe per deprimere i profitti. Vi sono varie ragioni per cui le imprese possono pagare salari più alti di quelli di mercato; le principali tra queste sono:
1- Ragioni nutrizionali
2- Costi di turnover
3- Impegno del lavoratore
4- Qualita del lavoratore

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