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Domanda e offerta aggregata nel lungo periodo I

Il primo passo da compiere è costruire la curva di offerta aggregata nel lungo periodo. In primo luogo costruiremo tale curva nell’ipotesi che il mercato dei beni e quello del lavoro siano perfettamente concorrenziali. In seguito presenteremo l’analisi in una situazione più realistica e più generale, in cui tanto i mercati dei beni quanto quello del lavoro sono imperfettamente concorrenziali. La ragione di partire con il mondo di concorrenza perfetta, pur nella convinzione che si tratti di un caso particolare e non troppo rilevante, è che la conoscenza dei risultati macroeconomici in tale mondo ideale consente di “misurare” la distanza esistente tra mondo reale e mondo ideale; capire le ragioni di tale distanza e, se possibile, individuare le azioni capaci di ridurle. Prima di entrare nel modello che consente di costruire la curva AS nel caso di concorrenza perfetta, è opportuna un’avvertenza che riguarda tanto questo modello quanto quello di concorrenza imperfetta che presenteremo successivamente. Abbiamo detto nelle lezioni precedenti che la AS di lungo periodo presenta il livello di PIL corrispondente al trend in quel periodo.Tale livello del PIL è ottenuto con una capacità produttiva disponibile. Poiché nel periodo di tempo rilevante per lo studio delle fluttuazioni tale capacità produttiva varia di poco, ipotizzeremo che essa sia costante, così come abbiamo già detto che assumiamo costante il livello dei trend del PIL. Anche in questo caso, abbiamo a che fare con un’ipotesi non rigorosa e non assulatamente realistica. Ma poiché vogliamo illuminare al meglio i fenomeni più rilevanti per lo studio delle fluttuazioni, corriamo il rischio di lasciare in ombra quelli che appaiono, invece, come meno rilevanti (sebbene rilevantissimi per lo studio della crescita). In sintesi, mentre nello studio della crescita si fa riferimento a una funzione aggregata di produzione del tipo:

Y = f (N, K, H...)

dove N rappresenta il lavoro, K rappresenta il capitale fisico e H rappresenta il capitale umano, nel corso dello studio delle fluttuazioni ipotizzeremo K e H come costanti ( ¯ K, ¯H ) e quindi una funzione di produzione con un solo argomento, il lavoro:
Y = f (N ) (3.1)

Gli effetti di shoks nominali e reali

L’effetto di un aumento della domanda aggregata si ha in due casi (spostamento verso nord-est della AD), tanto che sia determinato da un aumento di a, quanto da un aumento della quantità di moneta m. In entrambi i casi il risultato è un aumento del livello dei prezzi e un uguale aumento dei salari monetari, che determinana o un salario reale invariato (leggibile come differenza tra w e p sull’asse delle ascisse del quadrante 2). La spiegazione del doppio movimento delle curve di domanda e offerta di lavoro è spiegabile con il fatto che, a parità di salario monetario, all’aumentare di p le imprese sono disposte a domandare più lavoro (il salario reale si riduce), mentre i lavoratori desiderano (per lo stesso motivo) offrire menolavoro. L’aumento dei prezzi riduce la quantità reale di moneta (m - p) e questo riporta la domanda aggregata (via riduzione dei consumi e riduzione degli investimenti) al livello precedente (movimento verso nord-ovest lungola AD). La conclusione è che nel lungo periodo variazioni della domanda aggregata non hanno alcun effetto sull’output aggregato (PIL) ma solo sul livello dei prezzi. Rimane, dunque, confermata l’intuizione che il livello di trend del PIL è determinato interamente “dal lato” dell’offerta. Shocks che colpiscano l’offerta, invece, avranno effetti reali, in cui si presentano gli effetti di uno shock tecnologico positivo (costituito da un aumento di produttività). Un aumento della produttività farà aumentare l’inclinazione della funzione di produzione (più y a parità di n), cosicché aumenterà la domanda di lavoro. L’aumento dell’offerta di beni e servizi provocherà una riduzione del livello generale dei prezzi e questa, a sua volta, indurrà una maggiore offerta di lavoro a parità di salario monetario. Nella nuova situazione di equilibrio, il livello dei prezzi sarà più basso di quello iniziale e il salario reale più elevato, così come il livello di output aggregato (rappresentato dalla AS2). In effetti, la nuova situazione di equilibrio non esprime nient’altro che un nuovo valore del PIL di trend.

Disoccupazione e rigidità del salario

L’equilibrio sul mercato del lavoro che si determina in un’economia perfettamente concorrenziale nel lungo periodo non implica necessariamenteche tutti i componenti della forza lavoro siano occupati. Normalmente, si avrà n* < l. Si avrà, cioè un certo tasso di disoccupazione: u* = l - n*. Tale tasso di disoccupazione viene definito tasso di disoccupazione normale o “naturale”, in quanto corrispondente al valore di trend della produzioneaggregata. Bisogna notare che il tasso naturale di disoccupazione - in unmondo di concorrenza perfetta, come quello esaminato fin qui - corrispondein realtà a un equilibrio paretianamente efficiente. I lavoratori vendono esattamente la quantità di lavoro che desiderano vendere al salario reale vigente, mentre le imprese acquistano esattamente la quantità di lavoro che desiderano acquistare al salario reale vigente. In corrispondenza di u*, chi non lavora non desidera lavorare. In u* (o, il che è lo stesso, in n*) tutti i soggetti economici sono soddisfatti e non cambierebbero le loro scelte: qualsiasi altra combinazione di n e w sarebbe socialmente meno efficiente. Se il salario reale è perfettamente flessibile è sempre possibile raggiungere n*, purché naturalmente ns e nd si incontrino nel quadrante positivo. Nel contesto esaminato fin qui, allora, soltanto l’imposizione di un salario (reale) minimo superiore a quello di equilibrio (w > u*) può implicare un tasso di disoccupazione superiore a quello naturale(u > u*). In corrispondenza di w, infatti, la domanda di lavoro sarà minore che in corrispondenza di w*; si avrà quindi un’eccesso dell’offerta sulla domanda di lavoro. Ma l’impossibilità di ridurre w a causa delle norme sul salario minimo inibisce il meccanismo di aggiustamento basato sulla flessibilità dei salari su cui si fonda la convergenza verso il tasso naturale di disoccupazione di cui abbiamo parlato in precedenza. Non sempre il salario minimo fissato per legge è però superiore a w*.E quando è inferiore è ovviamente ininfluente sul raggiungimento della situazione di equilibrio naturale. Non appare quindi realistico attribuire l’esistenza di un elevato tasso di disoccupazione di lungo periodo alle leggi sul salario minimo. Ma, al di là di tali leggi, ci possono essere ragioni che spiegano l’esistenza di un salario reale superiore a quello di equilibrio naturale, senza che le forze della domanda e dell’offerta siano in grado di agire su di esso. Tali ragioni risiedono, essenzialmente, nelle imperfezioni dei mercati dei beni e del lavoro.

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