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Le fluttuazioni economiche: domanda e offerta aggregata

2.1 Crescita economica e fluttuazioni

È tradizione suddividere la Macroeconomia in due campi di studio distinti: la crescita e le fluttuazioni. Si tratta di una tradizione conveniente, anche se la separazione netta finisce per far passare in secondo piano la stretta interrelazione che esiste tra i due macro-fenomeni esaminati. Con lo studio della crescita si mette a fuoco l’andamento dell’economia nel corso dei decenni, analizzando le “forze” che stanno alla base di tale andamento. Al centro dell’attenzione sono l’accumulazione del capitale fisico (macchinari, impianti e infrastrutture), lo sviluppo delle conoscenze tecnologiche e le relative applicazioni, la crescita della popolazione, l’accumulazione delle capacità tecniche e scientifiche dei lavoratori (ovvero l’accumulazionedel “capitale umano”). Questi fenomeni cambiano lentamente nel tempo o, comunque, hanno effetti sul sistema economico dilazionati nel tempo. Per questa ragione, generalmente, lo studio della crescita viene anche definito analisi di lunghissimo periodo.Se la crescita si concentra sulle tendenze di lunghissimo periodo, trascura invece le fluttuazioni che il PIL, il tasso di disoccupazione e l’inflazione mostrano trimestre dopo trimestre, a seguito di piccoli e grandi shocks che colpiscono l’economia. Per usare un’espressione tipica della statistica delle serie temporali, possiamo dire che lo studio della crescita mette a fuoco il trend dell’economia; mentre lo studio delle fluttuazioni mette a fuoco gli scostamenti dal trend. Le fluttuazioni possono essere regolari, oppure (e più spesso) irregolari. Nel primo caso il PIL assumerà un andamento ciclico regolare intorno al trend; nel secondo si avranno invece cicli irregolari.Con lo studio delle fluttuazioni (o, come spesso si dice, del ciclo) si cerca di spiegare le cause e le conseguenze dei movimenti del PIL intorno al suo trend di crescita e quindi l’attenzione è rivolta a periodi di tempo molto più corti di quelli esaminati nello studio della crescita. Le fluttuazioni sono inoltre caratterizzate da movimenti congiunti del PIL e di altre variabili, come i consumi, gli investimenti, l’inflazione, la disoccupazione, ecc. Tali movimenti congiunti vengono detti comovimenti. Le variabili che hanno comovimenti che vanno nella stessa direzione dei movimenti del PIL si dicono variabili pro-cicliche. Tra queste i consumi e gli investimenti. Tra le variabili anti-cicliche troviamo invece il tasso di disoccupazione.

2.2 Misurare il ciclo e il trend

Come è possibile “leggere” nei dati relativi al PIL le tendenze di lunghissimo periodo e le fluttuazioni cicliche? Ovviamente, le osservazioni che compongono una serie temporale contengono tanto una componente di ciclo quanto una componente di trend. Al fine di separare la componente di lunghissimo periodo dalle fluttuazioni cicliche è necessario innanzitutto individuare il trend nella serie temporale del PIL. Per fare ciò, si cerca di trovare la retta che meglio interpolale osservazioni disponibili. Poiché tali osservazioni spesso descrivono una crescita esponenziale, prima di interpolare i dati con una retta è necessario estrarre i logaritmi dei valori osservati. La retta interpolante rappresenta il trend, cioè l’andamento di lunghissimo periodo del fenomeno analizzato, mentre le fluttuazioni saranno misurate dagli scostamenti dal trend, cioè dalla differenza, in ogni momento del tempo tra i logaritmi dei valori osservati e i valori di trend corrispondenti (anch’essi in logaritmi). Come s’è detto sopra, nel corso delle fluttuazioni si possono osservare dei comovimenti tra variabili macroeconomiche. Prendiamo il caso del tasso di disoccupazione. S’è detto che questa variabile è anticiclica, nel senso che aumenta quando il tasso di crescita del PIL diminuisce e diminuisce quando il tasso di crescita del PIL aumenta. Tuttavia, se noi mettiamo su uno stesso grafico il (logaritmo del) PIL e il tasso di disoccupazione (u) ci rendiamo subito conto che mentre il primo ha un trend, il secondo non cel’ha: il tasso di disoccupazione fluttua intorno a un livello praticamente costante. I comovimenti risultano poco chiari. Per ovviare a questo problema, è possibile procedere alla rimozione del trend dalla serie temporale. Se sottraiamo a ciascun valore di trend se stesso otteniamo sempre degli zero: la deviazione del trend dal trend è ovviamente nulla. La sua rappresentazione grafica sarà una retta di ordinata pari a zero. Sottraendo invece i valori di trend dai valori osservati, otteniamo, invece, delle differenze positive o negative che misurano esattamente gli scostamenti dal trend, cioè dalla retta di ordinata zero.

2.3 Domanda e offerta aggregata

Fin dall’analisi del funzionamento di un semplice mercato gli economisti sono abituati a distinguere le “forze” che agiscono dal lato della domandad a quelle che agiscono dal lato dell’offerta. Anche in Macroeconomia sifa qualcosa del genere distinguendo tra domanda aggregata (o domanda macroeconomica) e offerta aggregata (od offerta macroeconomica). Mentre
l’analisi della crescita avviene esclusivamente dal lato dell’offerta, poiché si riconosce che soltanto le forze che influenzano l’offerta aggregata hanno impatto sull’andamento dell’economia nel lunghissimo periodo, l’analisi delle fluttuazioni non può prescindere dallo studio anche delle forze che si trovano dietro la domanda aggregata. Infatti, il modello utilizzato per lo studio delle fluttuazioni si chiama proprio “modello di domanda e offerta aggregata” o AD-AS (Aggregate Demand - Aggregate Supply), in cui figurano una curva di domanda aggregata e una curva di offerta aggregata. Le due curve esprimono diverse relazioni tra livello generale dei prezzi e livello del PIL (o tra i logaritmi di tali variabili). Nonostante la similitudine con l’analisi microeconomica dei mercati, le curve AD e AS non sono costruite per semplice aggregazione di curve di domanda e offerta individuali. In effetti, in micro ciò che conta sono i prezzi relativi: il P che troviamo nel classico grafico di domanda e offerta è il prezzo del bene i relativamente a quello di un altro bene. Il P che troviamo nel grafico di domanda e offerta macroeconomiche, invece, rappresenta il livello generale dei prezzi. Inoltre, in micro la curva di offerta ha senso solo in un contesto di concorrenza perfetta; in macro la si può costruire anche in un modello di concorrenza imperfetta.

2.3.1 La AD

Essa non è spiegabile come una curva di domanda individuale; non c’è sostituzione tra beni più costosi e meno costosi, perché in macroeconomia l’unico bene che conta è il PIL, cioè un “bene composito” e, naturalmente, un aumento del livello generale dei prezzi non spinge a sostituire la “domanda di PIL” con la domanda di qualcosa d’altro. Per capire in cosa consista la curva di domanda aggregata (rimandando alle prossime lezione un progressivo approfondimento) conviene ripartire dalle identità di contabilità nazionale.Sappiamo che, considerando per semplicità un’economia chiusa, devevalere la condizione PIL = Y = AD = C + G + I
Come facciamo a ricavare una relazione tra Y e P? Possiamo ipotizzare che G sia autonomamente decisa dal governo; ma C e I è plausibile abbiano una relazione con P. Tale relazione prende fondamentalmente due canali: l’effetto ricchezza (o effetto Pigou) e l’effetto tasso di interesse (o effetto Keynes). In primo luogo, è intuitivo che la spesa per consumi dipenda, oltre che ovviamente dal reddito disponibile anche dalla ricchezza. Una componente della ricchezza (finanziaria) è costituita dalla quantità di moneta disponibile. Ciò che conta per la spesa è la quantità di moneta in termini reali, ovvero il potere d’acquisto della moneta: M/P. Se P scende, con M costante, allora M/P sale. Quindi una diminuzione del livello generale dei prezzi fa aumentare la ricchezza reale, quindi C sale. Ne segue che al diminuire di P la domanda aggregata aumenta perché aumenta C e quindi un più basso P è compatibile con un più alto Y .Un ragionamento un po’ più complesso consente di intuire anche l’effetto Keynes. Una diminuzione di P abbiamo visto che, con M costante, allora M/P sale; ma la quantità di moneta domandata dagli individui (in termini reali) è invariata, se Y non è cambiato. La maggior ricchezza reale verrà dirottata verso l’acquisto di titoli: B (che costituiscono un impiego alternativoalla moneta liquida). Conseguentemente il prezzo dei titoli salirà: PB sale. La ben nota relazione inversa tra prezzo dei titoli e tasso di interesse comporterà, allora, una diminuzione del tasso di interesse: r. Poiché il tasso di interesse rappresenta anche il costo che gli imprenditori devono sopportare per finanziare i propri investimenti, una diminuzione di r porterà a un aumento degli investimenti I. Al diminuire di P la domanda aggregata aumenta dunque anche perché aumenta I. E, quindi, anche per questa via un più basso P è compatibile con un più alto Y.

2.3.2 LA AS

Qui non deriveremo, ancora, la AS, ma faremo solo alcune affermazioni in base alla sua definizione. La AS descrive la relazione tra output e livello dei prezzi compatibile con la massimizzazione del profitto da parte delle imprese. In linea astratta possiamo dire che tale relazione può essere ad elasticità nulla (l’output non varia per niente al variare dei prezzi); ad elasticità infinita (i prezzi non variano per niente al variare dell’output); ad elasticità finita: output e prezzi sono positivamente correlati. È evidente che quando ci si trovi di fronte a una AS verticale (caso 1), eventuali spostamenti della AD non hanno alcun effetto su Y . Con una AS orizzontale (caso 2) spostamenti della AD non hanno alcun effetto su P, ma hanno effetto su Y . Nel caso in cui la AS sia crescente (caso 3), gli spostamenti della AD hanno effetto sia su P che su Y. E’ chiaro, allora, che nel primo caso lo studio di costa sta dietro alla AD è poco importante, mentre è massimamente importante nel caso (2); nel caso (3) contano siala AS che la AD. Il caso (1) descrive il lungo periodo, in cui i prezzi sono perfettamente flessibili e l’economia produce esattamente il livello di PIL “potenziale” o “naturale”. Tale livello corrisponde a quello di trend relativamente all’anno considerato. Ovvero è il livello che - data la disponibilità di capitale fisico e umano e data la tecnologia - l’economia “sceglierebbe” di produrre. La perfetta flessibilità dei prezzi fa sì che, nel lungo periodo qualsiasi shock che colpisca la domanda aggregata può essere “accomodato” da aggiustamenti dei prezzi e salari, cosicché le imprese possono produrre esattamente livello naturale di PIL. Il caso (2) rappresenta invece il breve periodo, in cui i prezzi sono completamente rigidi, perché le imprese e lavoratori non aggiustano prezzi e salari. Infine, il caso (3) rappresenta il medio periodo, in cui i prezzi si aggiustano parzialmente. Il medio periodo costituisce, in effetti il nesso tra breve e lungo periodo e quindi consente di spiegare la transizione dal breve al lungo periodo. Prima di chiudere su questo punto, è opportuno precisare che le fluttuazioni - nella realtà - non finiscono mai con il ritorno dell’economia al livello di output (di lungo periodo) iniziale. E ciò per due ragioni. La prima è che, come si può vedere dai grafici presentati sopra, la linea che descrivei valori effettivi del PIL passa da sopra a sotto il trend e viceversa senzafermarsi su di esso. La seconda è che quando tale linea comunque passa per il trend, il corrispondente valore del PIL è diverso da (in genere superiore a) quello corrispondente al passaggio precedente. Quando, nel corso di queste lezioni, faremo riferimento al “ritorno del PIL al livello di lungo periodo”, l’espressione va intesa, perciò, come “ritorno al livello di trend”. Trascurare il trend ha i suoi prezzi, in termini di realismo e precisione dell’analisi, mail grande vantaggio di consentire ragionamenti assai più semplici.

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