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Default Argentina - La vera Storia

L'Argentina è stata per anni additata come l'esempio da seguire in termini di liberalizzazione dell'economia, privatizzazioni, risanamento dei conti pubblici, sistema monetario, com'è possibile che in pochi mesi lo scenario si sia deteriorato così drammaticamente? :La situazione dell'Argentina di oggi é il risultato d'una politica economica sbagliata dell'ultimo governo, od affonda le sue radici in contraddizioni di più lungo periodo? I problemi argentini sono strutturali o congiunturali? La crisi di oggi è il risultato, ad un tempo, dell'ostinazione nel mantenere in vita un modello economico che aveva già esaurito il suo compito, e della mancanza di decisione delle autorità argentine nell'intraprendere delle riforme a fondo del sistema competitivo del paese quando lo scudo protettore del sistema di currency - board lo permetteva.

Più indietro nel tempo, la crisi argentina di oggi è il frutto di una serie di scelte, o per meglio dire di non - scelte, effettuate dai successivi governi argentini nell'ultimo secolo, o più precisamente dal 1880 ad oggi. Formalmente la crisi politica si è aperta dopo il 5 dicembre scorso in seguito alla decisione dello Fmi di non procedere con un prestito di 1,3 miliardi di dollari per il servizio del debito estero accumulato dal paese che ammonta a 142 miliardi di dollari. La fase dell’esplosione del debito estero come dato permanente della situazione argentina risale alla dittatura militare del 1976-83. I principali ingredienti allora furono gli acquisti di armamenti e l’indebitamento privato. L’importanza dei meccanismi privatistici nell’esplosione dell’indebitamento estero si nota nel fatto che dal 1991, anno in cui viene varato il peso a un cambio paritetico con il dollaro, la componente privata del debito è aumentata di circa 12 volte mentre – in un contesto in cui il governo finisce comunque per farsi carico anche della componente privata – l’espansione della componente pubblica è inferiore al 60%.

In sostanza negli ultimi vent’anni in Argentina si è innescato il seguente meccanismo. Lo stato si accolla – direttamente e indirettamente - il debito estero privato, il settore privato continua a indebitarsi, lo stato svende le sue attività privatizzandole – generando rendite per le società private - e fa gravare sull’intera economia l’impossibile pagamento del debito tagliando le spese sociali e gli investimenti pubblici. L’arrivo del peronista Carlos Menem al potere nel 1989 ha segnato una drastica rottura con il populismo giustizialista di Peron, caratterizzato da una notevole espansione della spesa sociale e dallo scontro con la grande proprietà agraria esportatrice che si concludeva generalmente con una crisi ciclica della bilancia dei pagamenti. Menem arrivò al potere in un contesto iperinflazionistico collegato al tentativo del presidente radicale Alfonsin di applicare un programma neoliberale nell’ambito del tradizionale aggiustamento estero fondato sulla svalutazione della moneta, l’Austral.

Le "riforme" di Menem si inserivano pienamente nell’ottica delle istituzioni finanziarie private e pubbliche internazionali e ricevettero l’appoggio di Washington. I capitali esteri affluirono e la conseguente espansione monetaria interna produsse per il periodo 1991-‘95 un ritmo di crescita medio annuo di oltre il 4%, tra i più alti dal dopoguerra. L’euforia economica era però basata su un alto tasso di importazioni indotto dall’alto valore relativo del peso che comportò la perdita di ogni controllo sulla bilancia dei pagamenti corrente. La posizione internazionale dell’Argentina si indebolì ulteriormente dopo il 1995 quando iniziò una nuova e sostenuta rivalutazione del dollaro rispetto allo yen e al marco, indi estesasi all’insieme delle euromonete, che si tirò dietro tanto il peso quanto il real brasiliano. La repentina e catastrofica crisi brasiliana, dovuta a fattori finanziari simili all’attuale disastro argentino, comportò - tra il quarto trimestre del 1998 e il primo trimestre del 1999 - una svalutazione del real rispetto al dollaro e al peso di oltre il 40%. La crisi brasiliana tolse ogni illusione circa la possibilità di una crescita autosostenuta nella zona del Mercosur2. Contemporaneamente il crollo del Brasile, lasciando l’Argentina appesa al dollaro, mise a nudo una verità per chiunque non fosse obnubilato dalla speculazione finanziaria: il settore produttivo non era minimamente in grado di sostenere gli enormi oneri finanziari internazionali che soffocavano il paese. Ma il problema non era solo monetario: certo, era illusorio pensare di rendere permanente la parità fissa con il dollaro cementandola solo su basi finanziarie. Le riserve in dollari detenute dall'Argentina erano infatti tali da far pensare ai responsabili politici che la situazione finanziaria argentine fosse inattaccabile. Ma è stata l'asfissia dell'economia produttiva che ha portato alla crisi. Come pensare che un'economia come l'argentina, basata oggi come un secolo fa sull'esportazione di materie prime (oggi grano, soia, carni e petrolio), possa dar luogo ad una parità monetaria permanente nei confronti di un'economia come quella americana, quaranta volte superiore in termini di volume e protagonista, nel corso degli anni novanta, di una straordinaria crescita della produttività basata sulle nuove tecnologie? La vera grande manchevolezza degli anni Menem non fu l'errore nel regime monetario, che errore non fu se non per eccesso d'insistenza. Non fu neanche l'attenzione limitata al sociale, che fu una conseguenza, non una causa. Non fu l'eccesso di corruzione, che pure esisté. Ma lo scarso rigore del processo di liberalizzazione.

In questo quadro complesso, la comunità internazionale chiede all´Argentina riforme credibili, in materia fiscale, monetaria, d´organizzazione dello Stato. Come già esposto in precedenza, l´Argentina ha perso molte occasioni per riformare sul serio il proprio sistema - paese, dove convivono situazioni parassitarie, macroscopiche inefficienze, sperperi di fondi pubblici legati a favoritismi politici. D´altro canto, un quadro di questo tipo mette anche in evidenza la necessità per l´UE di affinare le proprie strategie e le proprie modalità d´azione in crisi come queste: l´Argentina sarà pure lontana geograficamente, ma è vicinissima culturalmente ed economicamente. I paesi europei dovrebbero coordinare meglio la loro azione negli organismi finanziari internazionali, al fine di far maggiormente pesare la loro influenza, teoricamente significativa nella pratica troppo condizionata dalle scelte Usa. Questa è la situazione oggi in Argentina: il quadro non è positivo, non facciamo l'errore di credere che si tratta solo di um problema interno a quel paese. La crisi argentina propone dubbi ed interrogativi che vanno analizzati seriamente, e richiedono risposte coerenti ed ambiziose.

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